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Le interazioni tra gli individui producono la società. Questa genera la cultura che a sua volta retroagisce sugli individui. La società vive per l’individuo il quale vive per la società.

Società e cultura assieme permettono la realizzazione degli individui e le interazioni tra gli individui permettono il perpetuarsi  della cultura e l’auto-organizzazione della società.

Due individui che interagiscono entro i limiti definiti della loro esistenza, generano una società che esprime una cultura estrinsecazione stessa delle loro condizione.

Un cubo di plastica rappresenta il limite cogente di una breve condizione esistenziale. Due uomini  chiusi all’interno interagiscono per realizzare una scienza coerente al loro agire, percepire, sapere, apprendere.

Ognuno è necessario all’altro, ognuno si realizza grazie all’altro. Tuttavia lo spazio è rapidamente insufficiente e l’orizzonte non è che la proiezione di ciò che si muove all’esterno ma che, allo stesso tempo, risulta irraggiungibile. La cattività dell’individuo, la cattività della ragione genera una cultura limitata, portata all’autoemulazione. E così i due uomini nel cubo generano un lessico obbligato che gli imprigiona nella condizione ciclica in cui ad uno stato di calma meditativa si susseguono tempi  di  concitazione intellettuale e momenti  ansioso-depressivi con note di maniacalità.


Di e con: Roberto Cocconi, Luca Zampar
Musiche: Fessenden
Coordinatore tecnico: Luca Quaia
Assistenti all’installazione: Bernardo Cecioni Francesco Collavino
Produzione: Compagnia Arearea © 2008
Installazione: un cubo trasparente di dimensioni 3x3x3 metri.
Durata: 40 minuti




“…i due danzatori di Arearea sono sollecitati a ricercare all’interno di un box dalle pareti di plastica punti di contatto, scontro e confronto in un crescente coreografico di grande intensità emotiva, anche se come raffreddata da una sorta di paura di diffidenza e di pudore che attrae i due e li respinge insieme. Un elaborazione razionale e poetica di una condizione, come sempre più frequentemente accade, in cui la libertà di ciascuno è circoscritta, limitata dall’altro e dalla sua esigenza di libertà”.

Mario Brandolin

 “Box Two” è un’esperienza alternativa: non sono i danzatori a proporsi al pubblico, bensì siamo noi ad andarli a cercare, intrufolandoci – muniti di torce ricevute all’ingresso – in un profondo spazio buio. Al centro di esso vi è un enorme cubo di plastica trasparente, ed è lì che illuminiamo due corpi inermi, pronti ad animarsi.
Federica Sassara



Tutto si può compiere, in Box_Two, a patto che la consapevolezza dei limiti conduca allo sconfinamento degli stessi, perché, come recitano in sordina i due danzatori, prima per movenze labiali, poi attaccando le parole scritte su post-it lungo le pareti di plastica, “la cattività della ragione genera una cultura limitata”.     

Sabrina Zannier



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