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A volte un sigaro è solo un sigaro.
Sigmund Freud

Studiamo Freud con l’intento di portarne alla luce gli equivoci, i fraintendimenti, i condizionamenti. Studiamo i riflessi della colonizzazione del sogno, della stigmatizzazione dell’inconscio. Morale: è lo stesso Freud a fraintendere se stesso. La psicanalisi è la religione del nostro tempo, è l’evoluzione scientifica dello sguardo sull’anima. La psicanalisi cerca quello che già cercavano i confessori cristiani e, prima di loro, gli stoici: non la conoscenza di sé ma un metodo per la cura di sé. La ricerca di una comprensione di noi stessi è in realtà un viaggio senza fine. Scopriamo la nostra identità non già scandagliando il significato dei comportamenti passati bensì decostruendo le forme attraverso le quali esaminiamo, valutiamo e classifichiamo incessantemente  le nostre esperienze.

 L’uomo ha barattato gran parte della sua felicità per un po’ di sicurezza. Freud Il disagio della civiltà


Coreografia: Marta Bevilacqua
Con: Valentina Saggin
Elementi di scena: Belinda De Vito
Musiche: Vittorio Vella, Intervista a Freud, Paganini, PJ Harvey
Luci: Fausto Bonvini
Letture: Freud, Jung, Pasolini, Foucault.
Sartoria: Mauras
Produzione: Compagnia Arearea 2013
Durata: 18 min.



Marta Bevilacqua ha composto sul movimento e sul corpo di Valentina Saggin, circondato di
simboli volutamente sgraziati un “pastiche” intellettualmente stimolante, umoristico, tanto
freudiano quanto post- e antifreudiano, sotto il nome di “Equivoco vs Freud”.
Un divertente volantino introduce il pubblico, che dirime e insieme desacralizza quei simboli scenici che ci si troverà dinnanzi: si chiarisce che il morbido tappeto presente sul palco è discrimine tra conscio (sopra il tappeto) e inconscio (sotto il tappeto); che il sigaro fumato dalla Saggin è il fallo, ma
significa pure Freud, e altro ancora, e il cancro che lo afflisse, che la bambola presente in scena
è la protagonista stessa in età infantile, che la felce in scena, tipico arredamento da studio di
psicanalisi è finta eccetera.
Indifferente al versante lirico del movimento e a una narrazione cronologicamente ordinata,
“Equivoco vs Freud” suscita, e vi insiste, l’ilarità, persino lo scherno del pubblico “contro” la
protagonista (ma è difficile, talvolta, ridere, perché si potrebbe star ridendo di sé stessi?), con
una provocazione che riesce a essere contemporaneamente sguaiata e filosoficamente
avvertita. In effetti, al di là dell’argomento trattato, questa coreografia, con lo scioglimento dei
suoi significati messo nero su bianco è proprio una riuscita parodia della concettualità e ciò ne
fa opera solidamente concettuale.

Carlo Lei





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