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Cenere, essenza della temporalità, materia indefinita.

Cenere come traccia di un qualche cosa, testimonianza di un mondo, di un corpo, di un tempo. Cenere come testimone del passare, come instabilità e confusione del tempo.
Immaginiamo un ricamo a terra, generato con la cenere, materia che proviene da un qualcos’altro, materia che ha già subito una trasformazione, ora ricomposta in una nuova forma, comunque fragile, che ogni piccolo movimento trasformerà.
Immaginiamo il suono del violoncello, minimale, iterativo, che anima l’azione creando forme sonore sensibili.
Immaginiamo i corpi che muovendosi scompongono e ricompongono le forme in un gioco di andata e ritorno e di volo leggero.
Immaginiamo un lavoro dove il tutto è in continua trasformazione. Dove tutto scorre sul filo, tra essere e non essere. Una sorta di “forse”, ultrasottile, imprendibile, irrefrenabile tra il sogno, il dubbio, l’indefinito.



anno di produzione: 2009
coreografie e regia: Roberto Cocconi e Luca Zampar
in scena: Roberto Cocconi e Luca Zampar
ideazione e allestimento: Maria Elisabetta Novello
assistente alla creazione scenografica: Pierluigi Buttò
musiche: Martina Bertoni [LIVE]
luci: Andrea De Biasi
durata: 40 minuti



Si ispira ai disegni di cenere di Maria Elisabetta Novello l’ultima creazione di Arearèa, proposta in prima assoluta allo “Studio” di Udine e in replica oggi alle 21. Ad accoglierci è un enorme “mandala” ricamato dalla giovane vincitrice del “Manin Festo” 2007 sul tappeto dello spazio performativo, che si presenta dall’inizio come il fulcro’generatore del tutto. Accompagnati live dai “sussurri” cantilenanti della violoncellista Martina Bertoni, Roberto Coc-coni e Luca Zampar agiscono il diagramma circolare in spirali dinamiche che inevitabilmente scompongono le forme, per ricomporle in nuove tracce, in un gioco continuo di andata e ritorno. “Indefinito” si definisce, allora – nell’azione danzata -come il divenire stesso, dove ogni ciclo si compie in un nuovo avvio, e dove tutto è in continua trasformazione. Come la cenere, con la sua essenza fragile e indefinita, sembra suggerire: in quanto materia che proviene da qualcos’altro, ora ricomposta in una nuova forma che ogni piccolo movimento trasformerà, essa si configura come una traccia di qualcosa (mondo, tempo, corpo) che è stato, ma al contempo si consegna a nuova distruzione, ovvero trasformazione. Fra movimenti congelati e altri rilasciati, dinamiche frenetiche corpo a corpo col suolo e delicate fluidità, a loro volta i due danzatori sfruttano le strisciate circolari del proprio corpo per tracciare nuovi segni sulla cancellazione dei precedenti, e al fine, totalmente inzaccherati di cenere, consegnano nuove impronte – le loro – alla posterità.
Proposto in chiusura della rassegna “Off-Label”, dedicata da Arearèa a realizzazioni di teatro e danza fuori dagli schèmi convenzionali, “Indefinito” è una creazione fugace, non fra le più entusiasmanti della compagnia udinese. Indiscutibile e riconoscibile la qualità lessicale, ma un senso di incompiutezza e di evanescenza pervade il lavoro. Per quanto, forse, in questo vi si intraveda il senso: il divenire, con la sua ciclicità, passa attraverso la distruzione di ciò che è costruito, irrefrenabilmente e “indefinitamente”.
Federica Sassara



Cenere. Su tutto il palco, circondato dal pubblico (numerosissimo), accovacciato in silenzio. Cenere ricomposta in minuscoli mucchietti che formano una gigantesca ghirlanda. 0 il rosone di una chiesa. 0 le trame di un tatuaggio orientale. Due danzatori, solo i volti e i piedi illuminati. E una violoncellista pronta a dare voce al movimento, racchiusa dietro una porta di luce aperta nel cuore del fondale.
E l’atmosfera iniziale di Indefinito, ultima performance della rassegna “Off Label”, con cui la Compagnia Arearea ha animato Lo Studio di via Fabio di Mania-go, a Udine, in questo spicchio d’inverno. Performance che si ripeterà fino a oggi (inizio alle 21) e compendia un’iniziativa seguitissima, un’offerta artistica di grande qualità, alternativa ai circuiti commerciali.
Ecco dunque che, agli spettatori, i ballerini (i sempre bravi Roberto Cocconi e Luca Zampar) consegnano mascherine perché si coprano il volto, per proteggerlo dal vento di una danza che scomporrà l’installazione, sollevando nuvole e, con esse, sensazioni e visioni, riformulando l’architettura di cenere, seducente ed effimera, di Maria Elisabetta Novello.
Si comincia. La musicista (Martina Bertoni) disegna cadenze con l’archetto, scivola sulle corde rievocando mani che smuovono grani di sabbia, dimostrando eccezionale sensibilità e totale empatia con i ballerini. Zampar e Cocconi si muovono dapprima ai bordi, scuotendosi di dosso una polvere di cui non si.so-no ancora sporcati. Ma non aspettano a lungo. I piedi entrano nei pizzi di cenere, cominciano a stravolgere la composizione, marcandone di nuove sul palco. I movimenti sono ora fluidi ora netti, fotogrammi da un’immaginaria stroboscopica, si riformulano con l’improvvisazione, e la musica si adatta e contemporaneamente guida.
I danzatori indossano a loro volta le mascherine: si gettano con tutto il corpo a scompaginare le fragili certezze di polvere, con rotolamenti arditi, scivolate, in una lotta senza contatto. Perché il contatto è con la terra, con la cenere, con una geometria da rendere dubbio. Si rialzano, e anche i loro muscoli impolverati sono parte della nuova architettura, mentre dall’alto scende una videocamera, terzo danzatore elettronico, utilizzata dall’uno per riprendere i movimenti dell’altro, proiettati sull’intero fondale.
La musica vibra, muta senza stridore, i movimenti segnano sempre più cerchi e spirali, liquidità e improvvisi bloccagghi, i gesti dell’ uno completano quelli l’altro e allo stesso tempo ne sono impulso. Un’altra telecamera a terra ha l’occhio puntato sul fondale e sui piedi dei danzatori. Che scalciano gli ultimi rimasugli di pizzo sull’obiettivo, riflettendo sul gigantesco schermo un turbine di frammenti. Una nevicata grigia sbriciola, dolcemente, verità. Ancora dubbi, domande. E un indefinito che è l’unica risposta.
Chiara Pippo



Il tema della trasformazione, declinato in due diversi eventi, è stato al centro, mercoledì, del terzo appuntamento del VII Danceproject Festival, realizzato dall’Actis. Le performances “Indefinito”, proposta da “Arearea” di Udine, ed “Ex”, di e con Giuliana Urciuoli, entrambe realizzate attraverso l’interazione tra danza, musica e video, sono state presentate al Teatro Sloveno di Trieste.
“Indefinito”, ideato da Maria Elisabetta Novello, vede in scena Roberto Cocconi e Luca Zampar, con le musiche dal vivo di Martina Bertoni. Sul palcoscenico un grande disegno di cenere, un ricamo, calpestato, stravolto, fino a diventare altro da sé attraverso l’intervento del movimento, vuole rappresentare, assieme all’energia e alle suggestioni offerte dalla performance, l’instabilità e la confusione, la fragilità di elementi continuamente in alterazione. Interessanti le soluzioni coreografiche, che mescolano movimenti fluidi e sincopati, contrazione e liberazione di energia. La danza viene portata anche a terra, contemporaneamente riprodotta in video su un velo, e le immagini di una telecamera sospesa su un cavo, che diventa anch’essa elemento coreografico, enfatizzano, tra avvicinarsi e allontanarsi, il senso di spaesamento. Le mutevoli nature dell’essere sono invece al centro di “Ex”, assolo di Giuliana Urciuoli, altrettanto suggestivo. Qui il movimento è particolarmente contratto, teso, sembra inizialmente svolgersi in un metaforico spazio angusto. In realtà porta lo spettatore a centrarsi su un piano sempre più interno al corpo, che si fa schermo stesso, a sua volta, fondendosi, con effetti video, a immagini, di elementi appartenenti alla natura vegetale, animale, materiale.
“Danceproject” si è concluso ieri nel Teatrino nel Parco dell’ex Opp, con gli eventi “L’attrazione del sacro” di Ambra Cadelli e Giovanna Cavan, su testi di Charles Baudelaire, Valentina Magnani e Alda Merini, e “Prego” di Lorenza Masutto e Valentina Morpurgo, con le installazioni di Raffaella Bu-sdon.
Annalisa Perini





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