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La reliquia è un resto, uno scarto della storia: in senso stretto essa è la salma, o una parte di essa, di una persona venerata come santa o beata; in senso lato, è un qualsiasi oggetto che si ritiene possa aver avuto con i santi una più o meno diretta connessione, come vesti, strumenti del martirio, o qualsiasi cosa essi usarono.
Lo spettacolo è avvolto in un’atmosfera liturgica e ieratica prepotente, a volte disperata, dove l’uomo, davanti alla spiritualità che si fa rituale rigoroso è perdente in partenza, ma è vivo quando questa si irradia di luce nella carne e nel corpo.
Cinque danzatrici portano sulla scena ricordi, ispirazioni metafisiche, simboli religiosi dal sapore folklorico dove l’oro contorna la decadenza del corpo.
Convergono in tale creazione due opere maestose: Il colore del melograno, film conosciuto anche con il nome Sayat Nova del regista Sargej Parajanov ambientato nell’Armenia del XVII secolo, e l’opera Sinfonia n 3 per soprano e orchestra opus 36 (1976) di Henryk Gorecki. Detta anche Dei Canti Lamentosi essa è composta in tre movimenti che riflettono il gusto compositivo del minimalismo sacro.
Le reliquie diventano, all’interno del lavoro, un elemento di commistione umana, un dato tangibile della sua natura divina, frammenti intrecciati alla sofferenza della carne.

I nostri ricordi santificati,
brandelli di carne che sopravvivono al martirio
resti biologici resi eterni da ogni corruzione temporale.
Luce e oro, la ricompensa del dolore.
In piccole teche si rende immorale un frammento di vita:
una scheggia della nostra anima peregrina.

Reliquia è il primo di tre studi per la danza contemporanea.


Il culto delle reliquie carnali è uno degli elementi più sorprendenti della devozione popolare nell’alto Medioevo.
Pensiamo a Durlindana, la buona spada del conte Orlando, prode leggendario che possiede nel pomo dorato un dente di San Pietro, del sangue di San Basilio, dei capelli di san Dionigi e un frammento dell’abito di Maria.
Le chiese cercano di procurarsi questi tesori a ogni costo mentre gruppi di audaci non esitano a rubarli pur di arricchire i loro monasteri.
Le reliquie mostrano la santità di un luogo, procurano il favore di Dio e mettono in salvo intere città dalla guerra e dallo sfacelo: gli abitanti di Tours col corpo di San Martino difesero le loro mura dalle aggressioni dei Normanni.
Su questi corpi conservati, incastonati nei metalli e nelle pietre più preziose, si diffusero le leggende più diverse. Queste vennero ricopiate ,adattate, confuse le une con le altre. Uno degli esempi è la Legenda Aurea composta verso il 1260 dal vescovo di Genova Jacopo da Varagine. L’opera conteneva 182 racconti riferiti, senza pietà, alle persecuzioni romane: i più atroci su vergini e bambini. Da lì nacque la leggenda del martirio delle undicimila vergini che sarebbero state massacrate dagli Unni alla metà del V secolo.
Il culto delle reliquie diventa anche un miraggio per i pellegrini; reliquie e santuari appaiono le mete beate di miliardi di persone, diventano i segni di un viaggio per la santificazione della terrestrità e del potere del corpo.

Le reliquie, simbolo per eccellenza della contaminazione religiosa, elementi di confine tra il pagano e il sacro, non sono un culto esclusivo della tradizione cristiana, ma hanno forti connotazioni laiche, buddiste e mistiche.





anno di produzione: 2008
coreografie e regia: Marta Bevilacqua
in scena: Anna Giustina, Anna Savanelli, Valentina Saggin, Elena Petris
musiche: infonia n° 3  per soprano e orchestra opus 36 (1976) Henryk Gorecki
luci: Stefano Chiarandini
oggetti di scena: Tullio Mazzoli
durata: 60 minuti



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